IL 7 NOVEMBRE 2006

    Qualcuno ha scritto che non bisogna mai tornare nei luoghi dove siamo stati felici. Ma per me non è stato così: grazie ad una insperata opportunità, offertami dalla Direttrice della scuola Collodi di Roma , Stella Maris Ferrari, ho potuto ritornare nel luogo dove per più di quarant’anni avevo felicemente svolto il mio lavoro d’insegnante elementare, un’attività appassionante che aveva riempito di gioia e di significato la mia vita. Ma non è stato un ritorno occasionale qualunque. Con una proposta generosa ed intelligente la Direttrice mi aveva invitato a presentare ai miei ex alunni della borgata del Trullo (che dal 1953 al 1991 avevo accolto nella mia classe) il mio libro “La scuola antitrantran” edito nel settembre del 2006 dalle Nuove Edizioni Romane di Gabriella Armando.
    In questo libro racconto la lunga storia del mio percorso verso una scuola nuova, nato per reazione all’insegnamento tradizionale, nozionistico, assurdo diffuso ovunque e caratterizzato da un mortificante trantran che gli alunni erano costretti a subire.
    Mario Lodi, il maestro di Piadena, la definì giustamente “la scuola caserma” fatta apposta “per neutralizzare il bambino come essere pensante”. Io mi proposi invece, fin dall’inizio, di creare una scuola dove i bambini potessero soddisfare il loro bisogno di muoversi, di ridere, di divertirsi a scrivere, di divertirsi a leggere, di giocare con la matematica, di giocare al teatro, di cantare, di ballare, di inventare, di creare… e anche di imparare a vivere insieme e ad edificare giorno dopo giorno, liberamente, la loro piccola comunità; una scuola diversa, dunque, che rispettasse i bambini e desse loro motivazione e gioia.
    L’INCONTRO CON GLI EX-ALUNNI
    Il 7 novembre 2006, la sala del teatro della scuola, organizzata per il nostro incontro era strapiena: gli ex-alunni erano tantissimi ma c’erano anche mogli, mariti, figli, genitori, nonni (molti commossi e con gli occhi lucidi) e perfino vicini di casa e negozianti della zona. Nel corridoio io avevo allestito una piccola mostra, per ricordare e documentare tante nostre attività: avevo messo quaderni, disegni, giornalini e libri stampati, una storica bottiglia del nostro vino “ Il moschino del Trullo”, una cassetta con i caratteri tipografici, moltissime foto di vari anni e diversi deliziosi burattini. Appeso in alto, coloratissimo, il collage “Foto di gruppo” realizzato dalla mia ultima quinta , l’ultimo giorno di scuola.
    LA DEDICA
    Dopo gli abbracci, le parole, i ricordi tutti mi si affollarono intorno: volevano la dedica, la dedica sul libro che parlava di loro. Ma non si accontentavano mica della mia firma o delle solite banali parole!! Volevano la filastrocca , la rima, la frase buffa… E, naturalmente, la volevano personalizzata!…
    Poi cominciarono le chiacchiere individuali, le confidenze. Tutti vollero parlarmi della loro vita, della loro famiglia, del loro lavoro: moltissimi fanno lavori importanti, anche difficili: Edoardo, laureato in biologia, lavora al CNR; Mara e Claudio insegnano matematica nella scuole medie, Valerio, diplomato in pianoforte al Conservatorio, fa il concertista; Rolando è un architetto stimato e noto nella zona; Fabrizio ha un grande negozio di ottica; Roberto dirige un’agenzia turistica; Marco e Luca sono esperti informatici e Michele vola, col ruolo di comandante, sugli aerei dell’Alitalia; Modesto vende i suoi quadri a Via Margutta e mi confida: “Maestra, la pittura è tutta la mia vita…e per merito tuo…”.
    Per approdare a questi lavori interessanti, condizione prima per una vita felice, certo, alcuni saranno stati aiutati dalle famiglie, ma , quasi tutti avranno faticato, avranno tentato varie strade, avranno affrontato difficoltà e sofferto delusioni, avranno fatto sacrifici… Mi chiedo: la scuola che avevano frequentato li avrà aiutati nel loro primo ingresso nella vita, nei loro primi faticosi tirocini? Mi auguro che, per molti di loro, avrà influito ciò che nelle mie classi era sempre sottinteso in ogni attività: e cioè l’esortazione a impegnarsi, a inventarsi soluzioni, a fare le cose difficili, a lavorare con passione, a sforzarsi di migliorare sempre, e, come diceva spesso Rodari… a sognare in grande.
    RITORNO NELLA VECCHIA AULA
    L’aspetto più divertente e gratificante di quel pomeriggio del 7 novembre, fu vedere che tutti i ragazzi, entrando, dopo l’emozione dei primi saluti , si guardavano intorno, impazienti, cercando di ritrovare gli ex-compagni di classe, gli amici con cui avevano condiviso cinque anni di vita insieme: e poi, improvvisamente, riconoscendosi si abbracciavano con slancio, con sonori ciao, pacche sulle spalle, risate… cominciando subito a ricordare episodi, giornate di festa, esperienze ed imprese importanti, ma anche scherzi spassosi, vecchie barzellette, soprannomi… Tutti, anche i più anziani, si divertivano a ricordare, spensierati e loquaci… Come quando erano piccoli.
    …Gli ex appartenenti alla classe che frequentò dal 1964 al 1969 erano i più numerosi. Si contarono: erano 19; quasi tutti perciò! E ebbero la singolare idea di andare a rivedere la cara vecchia aula, al primo piano. Pensavano forse di ritrovarla uguale a come l’avevano lasciata? Ovviamente non la riconobbero proprio! Non c’erano più i grandi quadri alle pareti, gli scaffali strapieni di giochi, sussidi, libri… le scatole di pennarelli, le collezioni di pennelli, le tempere, gli arnesi da falegname e soprattutto la stampa, l’amatissima stampa, con la pressa Freinet, il vecchio torchio sistemato su un traballante tavolinetto, le casse con i caratteri di piombo… “Maestra ma non c’è più niente!!!” esclamarono delusi, ma poi decisero ugualmente, anche se quella ora era solo una stanza anonima e squallida, di farsi una bella fotografia ricordo…
    APPARTENERE A “QUEL” GRUPPO, A “QUELLA” CLASSE
    La mia più grande gratificazione, quel giorno, fu constatare che, quello “spirito di gruppo” che io mi ero sempre impegnata a far nascere e a rafforzare, anno dopo anno, aiutando i ragazzi a vivere e a crescere insieme da amici, in collaborazione e mai in competizione, era ancora vivo adesso, dopo tanti anni. La stampa del giornalino, le grandissime pitture collettive, le canzoni inventate insieme: “Aprite le porte, che passa, che passa…” , le interessanti esperienze scientifiche, i frequenti spettacoli teatrali, l’adorata matematica, le scritture creative, la creazione di storie e poesie… ecc, facevano nascere in ogni classe “una tradizione” che tutti amavano rispettare e che alimentava l’orgoglio di far parte non di un gruppo qualsiasi, non di una classe qualsiasi, ma di quel gruppo, di quella classe.
    … Alla fine, dopo i saluti, io espressi la mia sincera gratitudine alla Direttrice della scuola che mi aveva permesso di rincontrare, dopo tanti anni, i miei ragazzi: un sogno accarezzato da tempo…
    E per l'incontro aveva messo a disposizione l’ambiente della scuola a me più caro, la sala del teatro, dove tante avventure teatrali avevamo vissute insieme. Entrando, un’ondata di ricordi: l’impegno, l’entusiasmo, la bravura dei miei piccoli attori, le risate e gli applausi del pubblico… Mi fu difficile vincere l’emozione…
    …Quella sera rientrai molto tardi, carica dei magnifici mazzi di fiori donati dai generosi genitori, e la mia casa, già abbastanza divertente e colorata, mi sembrò ancora più accogliente e allegra.
    Non sentivo ancora la stanchezza, ero euforica e soprattutto appagata per quel bellissimo indimenticabile pomeriggio.
    Ma mi sentivo dentro una felicità nuova, forse mai provata prima; una gioia eccitante che è rimasta ancora dentro di me e certamente rimarrà ancora per tanto e tanto tempo.

    Maria Luisa Bigiaretti